Un progetto dell’Associazione Davide Orecchioni

Albergo Vittoria

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Albergo Vittoria

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L’Albergo Ristorante Vittoria, attivo dagli anni Venti e dotato di quattordici stanze, era gestito dalla signora Concetta Nereo in Gialleonardo, rimasta da tempo vedova e con dodici figli a carico. Tra il 1940 e il 1943 venne utilizzato come albergo e ristorante per alloggiare a proprie spese numerosi internati e confinati politici presenti in città.

Ospitò nobili, diplomatici, manager, parlamentari, imprenditori: tutti, italiani e stranieri, internati per le loro idee politiche, per la loro razza o per sospetta attività spionistica. Tra di loro vi furono Bernardo Marchese, direttore della più grande società petrolifera italiana, Enrico Viglia, un ballerino di fama internazionale, e poi ebrei stranieri, importanti esponenti della resistenza slovena, oltre a personaggi di spicco della vita politica italiana, come gli onorevoli Aldo Finzi e Dino Philipson. Molti di essi, come il Barone Giovanni Fatta, il partigiano Ernesto Milano e lo stesso Aldo Finzi, non sopravvissero agli anni della guerra; altri si salvarono con grandi difficoltà, riuscendo ad evitare l’arresto grazie ai documenti falsi forniti loro dal Comune di Lanciano.

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Approfondimenti

Giorno della memoria. "Internati a Lanciano... Tra pioggia di bombe e sospetti di spionaggio"

Libro consigliato

"Albergo Vittoria” - ovvero l'Internamento dell'alta società tra il 1940 e il 1943

Durante la Seconda guerra mondiale un piccolo albergo di provincia venne utilizzato per ospitare internati e confinati dell’alta società. Nobili, diplomatici, manager, ex parlamentari, imprenditori e ricchi commercianti. Come in un romanzo si aprono via via le stanze dell’albergo, prendono vita storie di spionaggio e di controspionaggio, di servizi segreti e di lotta partigiana che raccontano il dramma della guerra e della dittatura fascista.

“Le scarpette di Katiuscia, come quelle di Van Gogh, non erano semplici scarpe. Raccontavano tutta la vita di quel camminare lungo le strade pericolose e impervie dell’attraversamento del fronte, la sofferenza del piede che cresceva nei calzari troppo corti, la prigionia, la guerra, la bella amicizia con una famiglia di ebrei perduta per sempre, senza neanche aver avuto la possibilità di conoscerne il destino. Quelle vecchie scarpine evocavano racconti infiniti di guerra e internamento. Sulla tavola imbandita, in mezzo a resti di pane e calici di vino ancora smezzati, rappresentavano per noi quel cibo della memoria che da allora in poi avremmo custodito, insieme a Katarina, come un elemento prezioso della nostra coscienza morale e civile.”

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Tito Grauer